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L’erede di Vitar di Federica Ramponi

Prologo

Il sole splendeva azzurro e minuscolo all’orizzonte di Vitar. La giornata era piacevolmente fresca: nel terso cielo mattutino del mese di Ordine sfrecciavano grandi aeronavi fra una città e l’altra, oppure dirette verso gli spazioporti commerciali sopraelevati. Era un periodo di grande traffico planetario e intersistemico.

Una folata di vento scompigliò i lunghi riccioli bruni di Feri, che si affrettò a indossare il casco.

«Vieni, cucciolo mio.» La principessa si rivolse affettuosamente al suo cabo Kip, carezzandogli il muso squamato. Si assicurò che i finimenti fossero stati sistemati a dovere. Montò sulla sella di quell’essere alto più di due metri, con possenti zampe posteriori e una lunga coda, e lo lanciò in una specie di galoppo simile alla corsa di uno struzzo, nella zona del parco reale a lei riservata, la sua prigione dorata, dove avevano accesso solo i famigliari e la scorta, tutta femminile, della principessa.

Dalla torre principale del palazzo la regina Garmi e il suo sposo, re Giarl, la osservavano meditabondi.

Erano intenti ad analizzare le proposte di matrimonio pervenute dai principi appartenenti alla Lega di Lletyo, quando scorsero stagliarsi all’orizzonte una sagoma piuttosto grande. Si chiesero, contrariati, come mai un aeromobile si stesse rapidamente avvicinando alla reggia, inatteso: per quel giorno non era prevista alcuna udienza. Dirigendosi verso la stanza del trono, mandarono a chiamare il Primo Ministro.

Anche Feri si era accorta dell’intrusione e si era fermata, puntando gli occhi chiari verso la navetta spaziale che scendeva dietro la torre dei ricevimenti. L’immediata curiosità fu subito sostituita dall’indifferenza. Inutile domandarsi chi fosse arrivato: lei non avrebbe potuto incontrarlo in nessun caso.

Dall’astronave scesero una decina di persone d’alto lignaggio, scortate dalle guardie del palazzo alla sala del trono. I corridoi, con alti archi a sesto acuto e dalle pareti ornate da bassorilievi monocromi ritraenti scene mitologiche, si susseguirono incrociando altri corridoi identici e maestosi, rischiarati da una tenue luce blu artificiale. Dal gruppo si staccarono due persone che, annunciate dal Cancelliere, entrarono nella sala del trono, illuminata da grandi vetrate che rendevano sfolgorante il pavimento di marmo istoriato a disegni geometrici nella gamma del viola. I seggi delle loro Maestà si trovavano dalla parte opposta alla porta d’ingresso, davanti a un pregiato arazzo che ritraeva Principio e Fine, gli dei che avevano dato origine all’universo.

«Benvenuto, principe Drel. Cosa vi porta al nostro cospetto?» s’informò Giarl invitando Drel ad accomodarsi sulle poltrone disposte lì accanto.

«Grazie, Vostra Maestà. Vengo subito al punto.» Sorrise fissando con occhi gelidi i regnanti. La dama al suo fianco, intanto, armeggiava col suo ciondolo, identico a quello che ogni vitariano portava fin dalla nascita. «Vorrei chiedere la mano di vostra figlia.»

Il Primo Ministro si trattenne dal dare una replica sprezzante: era inammissibile che un uomo del genere avanzasse simili pretese. Per quanto di nobili origini, Drel non godeva di buona fama e su un pianeta come Vitar, dove il crimine ormai non esisteva da secoli, ciò era considerato una specie di anacronismo.

Per questo rimase impietrito nell’udire la risposta di re Giarl.


Cap. 1

Le pesanti tende che coprivano le alte vetrate della camera di Feri si sollevarono all’orario della sveglia mattutina e il sole azzurro inondò di luce la grande stanza. La ragazza aprì lentamente gli occhi e, abituatasi alla luminosità, guardò verso la finestra. La giornata era splendida, come al solito, durante il mese di Ordine. Era la mattina del suo ventunesimo compleanno, e i festeggiamenti sarebbero cominciati di lì a poco. Purtroppo avrebbe dovuto rinunciare a cabare, e le dispiaceva un po’ lasciare nella stalla Kip.

Feri pensò a quello che l’attendeva: oltre alla festa, quella sera le sarebbero stati presentati i pretendenti ufficiali, secondo quanto stabiliva la tradizione. Oltre ai privilegi, una principessa aveva anche numerosi oneri. Avrebbe potuto liberamente scegliere fra i tre selezionati tra la nobiltà dei sistemi della Lega di Lletyo. L’indomani, previo accordo fra i suoi genitori, le serenissime Maestà di Vitar, e lei, sarebbe stato annunciato il nome del suo promesso, il principe consorte. Pensando a questo importante momento, scorreva distrattamente gli abiti del suo armadio, non riuscendo a decidere quale indossare. Il suo pensiero vagava preso da altre cure, e il suo sguardo mal celava la malinconia per la fine della sua infanzia ovattata.

«Tesoro mio, ti disturbo?»

«Madre, non potresti mai! Hai bisogno di conferire con me?» le corse incontro per abbracciarla.

«Solo per augurarti buon compleanno, e per starti accanto.» Garmi notò gli occhi velati di tristezza della figlia. «Qualcosa ti turba in questo giorno così importante per te? Per tutti noi, veramente.»

«Grazie. A dire il vero, sì, madre. Sono un po’ ansiosa.» la regina Garmi le rivolse uno sguardo colmo di tenerezza. Nonostante la differenza di età, quasi quarantacinque anni, c’era sempre stata complicità fra loro, e la regina si ricordava di tante notti durante le quali la sua piccola le aveva raccontato incubi e paure.

«Sediamoci sul letto, vieni vicino a me. Coraggio, confidati.» le prese le mani fra le sue.

«Tu come hai reagito quando ti hanno presentato mio padre? Lo avevi mai visto prima? Qualcuno si era preoccupato di informarsi a proposito delle tue preferenze? Avevi avuto precedenti esperienze?»

«Ah, è questo! Naturalmente…» Garmi sospirò. Assomigliava molto alla figlia, anche se solo per sembianze. Gli stessi lineamenti, nonostante i suoi fossero leggermente più duri, lo stesso taglio di occhi, identico profilo. La bocca, invece, era sottile e seria, al contrario di quella della giovane, piena e morbida. «Come te avevo vissuto tutta la vita in queste stanze, senza contatti con l’altro sesso, tranne qualche anziano precettore. I miei dottori erano donne, come per te, avevo la mia cameriera personale. Con te anzi siamo stati permissivi: tu hai un istruttore giovane, quello di volo spaziale. Ritengo che non sia adeguato al nostro rango pilotare un qualsiasi velivolo, però ho acconsentito perché so quanto adori volare, e dopotutto Keriu è cresciuto con te fino all’adolescenza, ed è anche il miglior pilota di Vitar. Non avremmo mai permesso che ti addestrasse qualcuno meno qualificato. Io non avevo mai incontrato un ragazzo della mia età. Certo, non siete mai stati lasciati soli un istante. Il trattamento, peraltro, è sempre lo stesso. La legge è quella da secoli.» concluse con noncuranza, pensando alla scorta della figlia, vigilata venticinque ore su venticinque.

«La legge… ma perché restrizioni simili?» Feri non nascondeva la sua agitazione, e le sembrava che da qualche giorno i suoi genitori fossero un po’ distanti da lei, dai suoi pensieri. Non li sentiva più in sintonia, come se le loro menti fossero altrove o non riflettessero sul futuro del trono. Come se la successione fosse ormai assicurata e volessero sbarazzarsi del fardello del regno. O c’erano altri motivi ancora?

«Serve a salvaguardare le nostre vite e la quiete pubblica. Va bene così. E ti assicuro che non è male. Almeno, io non mi sono mai lamentata!» non se lo era mai permesso. Garmi aveva un carattere più volitivo di Feri, riusciva a dominarsi, in ogni circostanza. Si era sempre imposta di dare di sé un’immagine d’impeccabile devozione al dovere. Feri era più fragile, più impulsiva, il suo volto tradiva sempre i suoi pensieri. «Non preoccuparti, vedrai che almeno uno dei principi sarà di tuo gradimento. Io sono stata fortunata: tuo padre è un uomo buono, gentile, intelligente e di aspetto piacevole. Stessa fortuna voglio che tocchi a te.» l’espressione di Feri non era delle più convinte. «E anche tuo padre desidera solo la tua felicità. Su, stasera ti voglio splendida. Dirò a Slani che si affretti a prepararti: devi affacciarti al balcone basso per ricevere il saluto del popolo.» Garmi liquidò l’argomento un po’ frettolosamente, come se non gradisse parlarne più a lungo o più in profondità.

«Sì.» Feri si alzò con slancio, ancora un po’ confusa. Sua madre le era parsa un po’ distratta, superficiale. «Grazie, madre.» La guardò allontanarsi, e quando si fu richiusa la porta alle spalle, inclinò la testa da una parte perplessa. Poco dopo entrò Slani che cominciò a vestirla, mentre lei non poté fare a meno di riflettere ancora sull’atteggiamento della regina Garmi. “Era quasi come se non fosse con me, parlasse automaticamente. Come se ripetesse un discorso prestabilito e imparato a memoria. Forse sono solo frastornata da quello che mi succede intorno, forse anche lei lo è. In fondo, è un grande passo per tutta la nostra famiglia.” l’abito nuovo fasciava a meraviglia il suo corpo: la moda del momento lo voleva di un’unica tinta, ma sfumata per tutta la gamma, dai toni più chiari a quelli più scuri, leggermente aderente ai fianchi e poi svasato sul fondo, con maniche che si ampliavano verso i polsi per poi stringersi su di essi repentinamente “Sembrano quasi manette. Speriamo che Luce e Ordine siano con me, oggi. Mi aspetta una decisione fondamentale. Ma perché in questo modo? Non potrei frequentare fin da subito tutta questa gente, che tanto prima o poi incontrerò, invece di rimanere sempre a una certa distanza da tutto e tutti? Perché devono esserci sempre ponti, terrazzi, cancelli ovunque io vada? La mamma è stata alquanto vaga, su questo punto. La legge… è troppo sbrigativo, così. Potrei informarmi presso il Primo Ministro! No, gli avranno dato istruzioni riguardo alla mia curiosità… mi sento ancora così piccola…” sospirò.

Slani la squadrò soddisfatta, era incantevole. Feri si accorse, riportando a fuoco la realtà intorno a sé, che l’ancella era in attesa di un suo cenno. Le sorrise, e disse che potevano andare.

Dopo essere risalita dal balcone basso, Feri si diresse col suo piccolo seguito verso il ponte che collegava le sue stanze al resto del palazzo. Era un edificio imponente, formato da tante costruzioni color ghiaccio a forma di icosaedro, collegate da tanti ponti dritti, situati a mezza altezza. Era perfettamente inserita nel paesaggio circostante, tra i riflessi del lago e il brillio dei cristalli sulle montagne. Tutte le costruzioni del pianeta venivano progettate in modo da armonizzarsi nella natura in cui erano collocate, in modo da non rovinare il panorama e disturbare il meno possibile la vista. Così, la tecnologia pure avanzatissima dei suoi abitanti era dissimulata, sebbene presente: il progresso non doveva necessariamente coincidere con la rovina dell’ambiente. Il diamante di Feri era un po’ più piccolo, sollevato da terra, e pareva sostenuto da un’esile colonna. Erano comunque appartamenti molto ampi.

«Buongiorno, Vostra Maestà, e buon compleanno.»

«Ciao, Keriu, grazie.» era il suo giovane istruttore di volo spaziale. Un ragazzo non tanto alto, biondo con gli occhi azzurri, un naso un po’ storto, di corporatura asciutta. I suoi capelli erano pettinati all’insu e indietro, un po’ lunghi. Sembravano fiamme. Non era brutto, ma neanche propriamente bello. Era orfano, figlio di un servitore vittima di un incidente, ed era stato cresciuto a palazzo per rispetto al defunto. Lui e Feri erano amici d’infanzia, sebbene da una certa età in avanti non avessero più potuto giocare insieme. Nessun uomo poteva toccare la principessa ereditaria.

«Non vi vedo del vostro solito soave umore.» a Feri non sfuggì l’ironia del tono formale di Keriu, che di solito le dava del tu.

«Taci, e smettila di fare lo spiritoso.» lo redarguì bonariamente «Appena avrò oltrepassato questo ponte, indosserò il mio sorriso più falso. Piuttosto, cosa ci fai tu qui? Oggi sono cancellati tutti i miei impegni, lezioni di volo comprese.» continuarono a chiacchierare senza fermarsi.

«Lo so, ma volevo farti gli auguri. E starti vicino. Oggi e domani saranno i giorni più importanti della tua vita.»

«Grazie, sei sempre tanto premuroso.» e il sorriso che gli rivolse nulla aveva di falso. «Ora, allontanati, prima di essere ripreso.» Keriu si inchinò e si dileguò lungo un corridoio secondario.

Feri entrò nello studio del padre, mentre la sua scorta restava dietro la porta ad attenderla. La stanza, alta, arieggiata e ben illuminata, era sobria, quasi spoglia, e il colore dominante era il beige. Solo due arazzi alle pareti, che celebravano il giorno delle nozze degli attuali sovrani e la nascita di Feri. Re Giarl lavorava alacremente, senza distrazioni. Era un grande esempio per tutti, e non amava i fronzoli o il lusso, se non era strettamente necessario per seguire l’etichetta. Sentendola entrare, si alzò e le andò incontro con un largo sorriso.

«Tesoro mio, buon compleanno! Sei particolarmente radiosa, stamattina. Vieni, accomodati qui, accanto a me.»

«Buongiorno, padre. Grazie.» Giarl assomigliava alla figlia più di quanto il loro aspetto potesse rivelare. Stesse passioni, stessi gusti, stessa emotività. Era un uomo alto, dalle spalle ampie e la faccia un po’ tonda, ma non grasso. Stranamente, i suoi capelli erano già bianchi, nonostante avesse solo settanta anni.

«Questo abito color glasio[1] ti dona, sai. La tua pelle è sicuramente la più diafana del pianeta.» continuò a coprirla di complimenti, ammirando con commosso orgoglio paterno la raffinata bellezza della figlia. «Bene, oggi pomeriggio sfileranno i tuoi pretendenti, coi loro doni e…»

«Non stasera?» a Feri parve strano anche l’atteggiamento del padre. Forse era tutta colpa della tensione di quel giorno cruciale.

«Abbiamo fatto uno strappo alla regola, così avremo più tempo per parlare con loro e prendere una decisione più fondata.»

Feri non capiva se essere sollevata o meno. Non sapeva nulla dei pretendenti, nemmeno chi fossero. Per il resto del tempo che intercorreva con questa solenne presentazione, scambiò vacui sorrisi e sguardi con i dignitari che le porgevano i loro migliori auguri. Solo al Primo Ministro dedicò qualche attenzione in più. Era come un nonno per lei, era sempre stato al fianco di suo padre nel governare ed era benvoluto da tutti. Un uomo mite, severo e con una lunga barba bianca.

«Siete turbata, Vostra Maestà?»

«Me lo chiedono tutti, stamattina… Un po’. Forse esagero, ma in fondo dovrò dividere il resto della mia vita con uno sconosciuto.»

«Dopotutto, nessuno può dire di conoscere qualcuno, nemmeno dopo anni.» il Primo Ministro condivideva i dubbi di Feri. Conosceva i candidati e gli pareva che le loro Maestà non fossero state molto accorte nel loro giudizio.

«Figuratevi dunque dopo poche ore! E io dovrò decidere in questo lasso di tempo… anzi, neppure io, i miei genitori. Non vi sono sembrati un po’ strani, stamani? Sarà una mia impressione, forse sono troppo agitata.» guardò il Primo Ministro dritto negli occhi «Ma loro lo conoscono già, vero? Hanno già scelto, non è così?»

«Che cosa ve lo fa immaginare?»

«Il fatto che mio padre mi faccia tanti complimenti. Non è da lui: è come se mi volesse blandire… ho ragione?»

«Vi ho cresciuta troppo perspicace!» scosse la testa, ripensando alle tante volte che da bambina lo aveva stupito per la sua precocità.

«Riesco solo a leggere in quelli che conosco. Ma non so niente del mondo esterno. Solo quello che l’olovisore di sorveglianza mi ha mostrato.» era un sistema di cui erano a conoscenza solo il Primo Ministro e la famiglia reale, grazie al quale la principessa poteva proiettare nelle proprie stanze quello che accadeva negli ambienti non privati del palazzo. In questo modo poteva seguire quanto accadeva nel mondo esterno senza venirne a contatto, riconoscere i personaggi importanti e imparare come ci si doveva comportare in società per quando fosse arrivato il momento.

«Da domani sarà tutto diverso: potrete frequentare dal vivo le feste, i ricevimenti, potrete andare dove vorrete…»

«Sempre e solo con lui, col mio promesso, altrimenti dovrò stare qui.» Feri parlava concitata, quasi fosse in ansia per lo scadere del tempo a sua disposizione, il tempo durante il quale era ancora relativamente libera. Il Primo Ministro cominciò con rassegnazione:

«Maestà, è la…»

«La legge! Sono stufa di sentirmelo dire! La abolirò, sempre che il mio promesso sia d’accordo. Non voglio che il mio primogenito viva da recluso.» “Una gabbia dorata è pur sempre una prigione” pensò.

«Vi sentite così? In fondo, i vostri appartamenti sono enormi, i giardini splendidamente curati e avete ricevuto tutte le attenzioni possibili.»

«Avete presente quei racconti in cui gli spiriti maligni vengono tenuti segregati su splendidi asteroidi, viziati e coccolati in modo tale che non desiderino scappare e quindi non possano combinare guai?»

«Capisco. E tuttavia, Maestà, vi richiamo ai vostri doveri. Purtroppo, non potete disporre di voi stessa.» Feri lo guardò di sottecchi, come per fargli notare l’incoerenza di quella frase. La più alta carica dello stato era la più vincolante.

«Sono la persona più importante del pianeta dopo i miei genitori, eppure devo sottostare a tutti: la legge, il mio promesso, l’etichetta. Tutti possono disporre di me, tranne io!»

«Coraggio, bambina mia. Arriverà anche domani.» cercò di sdrammatizzare il momento, e alleggerire l’angustia che sentiva nella voce della giovane: a volte prendeva delle note un po’ stridule.

«Meglio dopodomani: domani sarà peggio di oggi!»

«Mi fa piacere che non perdiate il vostro sarcasmo: vi aiuterà.»

Come vollero il Principio e la Fine, arrivò il momento dell’annuncio. I principi prescelti erano tre: Scon, del vicino sistema di Farrell; Tril di Moret; Drel, ultimo discendente di un antico casato dello stesso Vitar.

Feri si sedette sul trono posto fra quelli dei regnanti, su un gradino leggermente rialzato e arretrato. Poté vedere finalmente con chi avrebbe condiviso tutto: Scon era brutto e grasso, Tril era segaligno e sembrava anche di salute cagionevole. Dunque era solamente una messinscena, tanto rumore ma nessuna orchestra. I suoi genitori avevano già individuato il loro successore, come aveva arguito prima, e facevano in modo che la sua selezione fosse scontata. Come poteva interessarsi a simili obbrobri? Represse l’emozione che sentiva crescere nello stomaco man mano che avanzava l’evidentemente promesso Drel. Non era molto più alto di lei, almeno apparentemente, ma era decisamente bello. Moro, occhi scuri, naso affilato, labbra un po’ sottili, carnagione olivastra, mascella decisa, spalle larghe. Forse le gambe erano un po’ storte, ma il fisico asciutto. Solo lo sguardo la lasciava senza fiato, era molto diretto, come se volesse trapassare e non solo guardare chi gli stava di fronte, gli occhi perennemente socchiusi, a soppesare chi lo fronteggiava, con un’aria di eterna superiorità. Sentì che il suo respiro era divenuto affannoso, e tentò di dominarsi. Drel si inchinò, come gli altri prima di lui, e sollevandosi la guardò dritta negli occhi. Non riusciva a reggere quello sguardo, eppure non riuscì a distogliersene… Quell’attimo le sembrò eterno.

Accompagnata dal suo anziano attendente, conversò con tutti i pretendenti, i quali parlarono di sé stessi nei termini più accattivanti. Da parte sua disse poco: non era abituata a parlare con degli uomini, e la timidezza la ammutolì. Del resto, a Scon e Tril non era interessata, mentre con Drel era troppo emozionata e non riusciva a controllare l’intonazione della voce.

Quando le venne presentato, Drel le si avvicinò molto, e l’attendente subito si frappose, ricordandogli di tenere la distanza di almeno due passi, prevista dalla legge.

«Vostra Maestà, vogliate perdonarmi se ho avuto l’ardire di rompere il limite, ma non a tutti gli uomini è concesso incontrare il proprio destino, e sicuramente non sono molti quelli a cui è parso tanto meraviglioso.»

«Siete scusato.» rispose Feri dopo un attimo di smarrimento. Si sentiva completamente travolta dal fascino emanato da Drel. La sua voce aveva un che di ipnotico, e suonava stranamente disarmonica, soprattutto udita accanto alla propria, così melodica e fluida. «Ora, desidero che mi parliate di voi.» proseguì sorridendo. Per tutto il tempo in cui parlò, Feri evitò il suo sguardo, non riusciva ancora a sostenerlo. Si limitò ad annuire ogni tanto, seguendo l’ombra del suo attendente.

«Per terminare, io so a cosa anelate, Maestà.» fece una pausa, fermandosi di fronte a lei «Posso capire i desideri più profondi del cuore di una fanciulla suo malgrado segregata da tanto tempo.» Feri alzò la testa di scatto, fissandolo col cuore in gola. La voce di Drel era molto bassa, e il suo timbro così particolare assolutamente affascinante. «Vi farei visitare tutti i luoghi più ameni del pianeta, tutti i regni più potenti della galassia, qualsiasi vostro sogno sarà mio privilegio esaudire.» quindi si inchinò elegantemente e si congedò.»

Feri sentiva strani brividi lungo la schiena. Chiese udienza ai suoi genitori: c’era una scelta da operare. La principessa esordì dicendo che aveva capito che era praticamente imposta, visto che due dei suoi pretendenti erano totalmente inaffrontabili e uno così seducente, però accettava. I suoi le confessarono che da mesi avevano intrecciato rapporti coi vari principi della lega intersistemica, cercando quanto di meglio esistesse per il suo futuro, e avevano scelto Drel, per la sua sicurezza, cultura, determinazione e autorità. Era indubbiamente un uomo dalla presenza imponente, e aveva ogni requisito per diventare un vero sovrano.

Arrivata in camera sciolse i suoi lunghissimi e vaporosi capelli scuri, e si squadrò per un po’ allo specchio prima di prepararsi per dormire. Alcuni istanti dopo sentì la richiesta di comunicazione di Keriu nella sua mente, e accettò.

«Posso comunicare con te? Cosa cerchi? Di scoprire se sei ancora più bella di ieri?» Feri e Keriu, come tutti i vitariani, portavano un ciondolo, dalla forma che rammentava il guscio di una chiocciola, che aveva molteplici usi: i principali erano monitoraggio dei parametri vitali e della salute di chi lo portava, anche se era forse più utilizzato come trasmutatore di materia, registratore ed emettitore olografico. Il loro era stato modificato, dietro richiesta presentata al Primo Ministro, in modo tale da fungere anche come comunicatore: Keriu poteva proiettare la sua immagine vicino a Feri, se in quel momento era disponibile ad accettarla, e viceversa, semplicemente pensando a quanto doveva essere fatto. Era tarato sulle loro specifiche frequenze cerebrali, e il Primo Ministro aveva accettato affinché i giovani potessero parlarsi senza farsi scoprire dalle guardie nel momento in cui si era deciso che Keriu non potesse più giocare con la principessa. Esisteva un sistema analogo, che permetteva di mettersi in contatto con chiunque, ma si serviva di apparecchiature più grandi, poco più di una scatola di fiammiferi, ed era rintracciabile.

«Buonasera, Keriu. Cosa c’è?»

«Allora, chi è il prescelto? Posso saperlo in anteprima o non sono più degno della tua fiducia?» chiese sedendosi a mezz’aria. Probabilmente nella stanza dove si trovava c’era una sedia.

«Sai che di nessuno mi fido quanto di te… è Drel, il principe della Penisola di Yoge.»

«Non mi sembri convinta…»

«Non importa.» sbuffò «Le loro Maestà avevano già scelto, non ti pare? Avresti mai pensato che mi portassero le immagini di ogni principe della lega? E la mia decisione si sarebbe dovuta basare solo sul loro aspetto? Loro li hanno frequentati e quello gli è sembrato il più adatto. Era logico che la mia decisione ricadesse su Drel. Era l’unico concepibile… gli altri due li hai visti? Ci hai parlato? Assolutamente insulsi, piatti come un lago calmo!»

«Allora, temo che verrò allontanato…»

«Perché? Tu sarai sempre il mio migliore amico, tutti sanno quanto ti sia affezionata, come a un fratello, e io sarò pur sempre la regina: la mia opinione conterà ancora!»

«Come a un fratello…»

«Sai cosa mi è mancato di più, in tutti questi anni? Non poterti mai abbracciare… quante volte avrei voluto farlo!»

“Non hai idea di quante volte avrei voluto farlo io, principessa… Quando piangevi, quando eri contenta, quando eri arrabbiata” pensò Keriu. Sorrise, abbassando lo sguardo.

«Bene, mi conforta sapere che potrò comunque starti vicino. Cerca di essere felice, e di riposare. Domani sarà una giornata impegnativa!»

«Grazie, Keriu. Buonanotte.» i suoi occhi erano umidi. La notte non trascorse serena. Era emozionata all’idea di aver finalmente conosciuto il compagno della sua vita. Tuttavia si sentiva combattuta fra la rigida educazione impartitale e le strane sensazioni alla bocca dello stomaco quando ripensava alla voce di Drel.

Il palco reale era stato allestito nel vasto parco antistante il palazzo, la disposizione dei troni simile a quella nella reggia, tranne per l’aggiunta di un altro seggio, alla sinistra di quello di Feri, per il designato. Le cerimonie proseguivano con giochi e tornei, esibizioni e voli acrobatici: Keriu, ovviamente, in questo la faceva da padrone. Feri era tesa, non tanto per l’investitura di quel pomeriggio, quanto per il ballo serale. Non aveva mai danzato con nessuno, non era mai stata a contatto di tanta gente tutta in una volta. Era frastornata da quel bagno di folla.

«Eccola, mia cara. Splendida, non ti pare? Il vestito viola fa risaltare il limpido verde dei suoi occhi.»

«Ma non riesce certamente a nascondere il suo naso da rapace.»

«Mia cara Fleni, è la tua invidia che parla per te? Pensa che il suo naso aquilino, secondo me, rende più interessante un volto altrimenti troppo dolce, con quella bocca piccola, quelle labbra piene…»

«Non entrare troppo nella parte del principe innamorato, Drel, ricordati i nostri progetti!»

«Fleni, tu sai che quella santarellina non ha alcuna attrattiva per me. Tu sei la mia compagna, tu sei la mia ispiratrice, la mia guida. Ma Feri ci serve…»

«Non riesco a capire tutta questa benevolenza nei suoi confronti: ieri il popolo è andato in visibilio, e oggi la idolatrano. La salvatrice della patria! Pfui! La persona più inutile di tutto il pianeta!»

Fleni si ravviò i fulvi capelli, pettinati molto voluminosi come voleva la moda, lanciando stilettate con lo sguardo in direzione della principessa. Vestiva sempre in nero, nonostante fosse molto magra. Bella, occhi scuri, si muoveva come una pantera soggiogando tutti. Per arrivare al potere, doveva accettare che Drel corteggiasse la principessina. Ma tanto non sarebbe stato per molto…

Al termine dei tornei, dopo aver premiato i vincitori, doveva essere dato l’annuncio solenne. Keriu si era sistemato in fondo al palco reale, leggermente nascosto. Feri lo aveva intravisto, e gli aveva rivolto un rapido sorriso. Si alzò e avanzò al limite del palco, annunciando con la voce più ferma che le riuscì:

«Io, principessa Feri del casato di Alstor, scelgo il principe Drel quale mio principe consorte. Possa tu regnare al mio fianco per il bene del popolo di Vitar.»

Drel avanzò impettito più che mai, trionfante, si inchinò e disse:

«Maestà, è un onore insperato. Da questo momento la mia vita è al servizio della casa degli Alstor, di cui prenderò il nome, e il mio unico e solo obiettivo sarà, oltre che il benessere del popolo tutto, la realizzazione della vostra felicità.» alzò lo sguardo per puntarlo dritto negli occhi di Feri, mozzandole ancora una volta il respiro. Le sembrò di essere sul punto di cadere. Si avvicinò a lei per prendere posto sul trono che gli spettava, e le baciò la mano. Feri sentì un freddo pungente nascerle alla base del collo, come quando si accorgeva di aver combinato un malestro da piccola.

Come consuetudine, le danze vennero aperte da Drel e Feri subito dopo cena. Era la prima volta che un uomo la avvicinava tanto. Istintivamente si ritrasse, poi si concentrò e cercò di rilassarsi. Drel la condusse sul terrazzo, un po’ in disparte.

«Mi pareva che foste accaldata, principessa, e che la ressa vi mettesse a disagio.»

«Sì, vi ringrazio, avete colto bene i miei sentimenti.»

«Vi vedevo smarrita, là dentro.» sorseggiò avidamente un liquore «Questo abito rende pienamente giustizia ai vostri occhi, ne riprende esattamente il colore.» svuotò il bicchiere, in attesa di una risposta «Voi non parlate molto, vero?»

«Non sono avvezza a parlare con un uomo, principe.»

«Maestà, sono il vostro futuro sposo. Non vedetemi solo come un uomo qualunque. E ora permettetemi di farvi vedere come due sposi dovrebbero danzare.» le cinse la vita con un braccio e la strinse forte a sé. Feri era completamente scombussolata. Il suo respiro divenne affannoso e si appesantì, poteva quasi udire il battito accelerato del suo cuore, la sua pelle candida si era imporporata ed era calda, bollente. Vide un’ombra di cinismo nel sorriso di Drel. «E questo è solo l’inizio…» e le mani del principe scivolarono dalla vita lungo i suoi fianchi.

Feri si sentì mancare, e lo spinse lontano da sé. Drel la fissò con un ghigno soddisfatto.

«Forse ho cercato un po’ troppa intimità per il primo giorno insieme, ho esagerato. Cercherò di rimediare in qualche modo, più avanti. Occorrerà che freni la mia impazienza e rispetti i vostri tempi.»

«Vi prego di perdonare la mia… ritrosia. Se permettete, preferirei che mi parlaste, ancora, senza ballare.» e senza sfiorarsi. Passeggiarono per i giardini, parlando di cose senza importanza. Il principe le descrisse accuratamente la Penisola di Yoge, da cui proveniva, e alcuni altri luoghi, sia del pianeta sia di altri che aveva visitato. Feri cominciò a sentirsi a disagio, ammaliata dalla sua voce particolare, dalle maniere raffinate, dalla vasta esperienza in tanti campi. E ancora quella sensazione di freddo.

Slani comparve per riportarla nei suoi appartamenti, si era fatto tardi. Si diedero appuntamento per il giorno seguente.

Dalla penombra si delineò la sagoma sottile di Fleni. Prese sottobraccio Drel, conducendolo lontano dai corridoi illuminati a festa.

«Allora, come trovi la principessina?»

«Non male, è davvero bella. Così sensibile, così incantata da qualsiasi cosa che le ho raccontato.»

«Il suo ciondolo deve essere modificato o schermato in qualche maniera che non riesco a decifrare. Dobbiamo cercare di influenzarla come abbiamo fatto coi suoi genitori?» mormorò sommessa.

«Direi di no.» commentò compiaciuto Drel, lanciando un’occhiata d’intesa a Fleni.

«L’hai già conquistata?» sorrise lei di rimando.

«Credo di sì. Terribilmente facile. Non posso ancora toccarla, ma è solo una questione di tempo… per la fine del mese potremmo già andare a letto assieme, forse anche prima, e a quel punto mi adorerà e potrò fare di lei quello che mi pare.»

«Quello che ci pare…»

«Mia cara, sai che lei sarà solamente un giocattolo, un passatempo mentre ti aspetto.» e sicuri che nessuno li vedesse, si abbandonarono a un lungo bacio appassionato.

Feri sentiva lo stomaco chiuso. Mentre tornava nelle sue stanze ripensava al suo incontro con Drel, a quanto fosse turbata. No, dopotutto doveva aver ragione sua madre: sarebbe andato tutto bene. Da dietro l’ultima colonna prima del ponte che portava alle sue stanze, sentì mormorare “Io lo ammazzo.”. In genere nessuno si avvicinava tanto ai suoi appartamenti, e sicuramente non aveva mai udito una simile espressione.

«Keriu! Cosa… cosa significa? Come hai fatto ad arrivare fino a qui?»

«Come si è permesso di metterti le mani addosso? Non deve osare! Non ammetto…»

«Cosa stai dicendo, sei impazzito? È… è il principe consorte, lui…»

«Lui non ti ama! Io ti amo, da mesi, da anni! Non sai che tortura, starti sempre a un passo e non poterti mai stringere, ma mi sono rassegnato, il mio ruolo è questo. E lui, lui non ti conosce neanche da due giorni e non riesce nemmeno a dominarsi per poche ore! Non deve azzardarsi…»

Feri gli parò imperiosamente la mano aperta davanti alla faccia. «Basta così, e lo dico nel tuo interesse!» gli si avvicinò per potergli parlare sottovoce «Se ti sentono le guardie ti arrestano per alto tradimento. Ci sentiamo più tardi, quando sarò in camera mia, d’accordo?» Keriu assentì, e pochi minuti dopo la sua immagine era proiettata accanto al letto di Feri. «Cosa ti salta in mente? Cos’era quella sceneggiata? Mi hai… mi hai spiata per tutto il giorno?»

«Ascolta, Feri…» si schiarì la gola «Mi dispiace. Purtroppo sono cresciuto con te e per anni ho coltivato un sentimento che avrei dovuto soffocare, ma non riuscivo, e finché non eri di nessuno potevo anche fantasticare che fossi mia… Io, solo e unico uomo, avevo il privilegio di starti accanto. Adesso è tutto diverso, ma non sopporto quello che ho visto: quel damerino non può approfittare del tuo corpo in quel modo! Dovrebbe essere più delicato, rispettare i tuoi tempi! È arrivato e come un uragano crede di poter travolgere tutto e tutti.» sospirò «Cercherò di controllarmi, se lo desideri.»

«Keriu…» si guardarono per alcuni momenti, immersi nei loro ricordi di infanzia «Non mi ero mai resa conto che non era il mio affetto che cercavi… e come potevo? Ho sempre represso qualsiasi sentimento di amore o passione! Mi dispiace non essermi mai accorta che tu soffrivi, quindi è anche colpa mia la reazione che hai avuto, avrei dovuto essere più delicata verso di te.» gli sorrise, anche se lui la guardava solo con la coda dell’occhio. «In parte è vero quel che dici: non mi piace che mi metta le mani addosso, ma devo essere contenta di piacergli, e in fondo anche lui mi piace.»

«L’amore non è qualcosa che puoi scansare o dirigere, e neppure smorzare. Quando arriva ti travolge, e se sei molto bravo riuscirai al massimo a non darlo a vedere, ma tu lo sentirai. Credimi, Feri, se ti innamorerai lo sentirai. Lo sentirai pesantemente!»

«Scusami, tu sei riuscito perfettamente a dissimularlo. Oppure sono io che non ti conosco affatto bene come speravo… Forse non è il caso che continui a confidarmi con te, e tuttavia non saprei proprio con chi altri! Sei il mio unico vero amico…»

«Non ti preoccupare, mi passerà. Me la farò passare. Sarò sempre con te se ne avrai bisogno.» le rivolse un debole sorriso. «Ora è meglio che ci riposiamo. Abbiamo bisogno di dormirci sopra entrambi. Ma tu non lo ami, Feri, e non lo amerai mai. Non è alla tua altezza. Nessuno lo è.» si era alzato, e la guardava come nel deserto si guarda un’oasi «Buonanotte.»

Feri rimase per un po’ a fissare il vuoto dove un momento prima c’era Keriu. Non aveva mai preso in considerazione l’idea di innamorarsi di lui, ma adesso che le aveva confessato i propri sentimenti, provava una grande tristezza. Voleva molto bene a Keriu, ma lo considerava uno di famiglia. Il suo destino era diverso: lei era di Drel, ed era fortunata. Drel aveva tutte le caratteristiche migliori per un futuro re e consorte.

No, lei non amava Keriu in senso romantico, non l’avrebbe mai fatto. E Drel? Sarebbe riuscita a innamorarsi di lui? Mestamente si affacciò alla finestra, guardando la luna Maggiore al primo quarto sorgere da dietro i Monti Marziali. La luna Minore era già alta, e splendeva piena, di un bagliore argenteo come i pannelli fotovoltaici di cui era interamente ricoperta.

I suoi genitori si amavano davvero? Avevano imparato col tempo? Questo non aveva impedito loro di darle tanto affetto, ma erano felici? Lo erano mai stati?

Chiamò Slani, chiedendo di aggiungere una coperta: aveva freddo, tanto freddo…


Cap. 2

«Elisabeth, che stai facendo… Dove credi di andare?»

«Trasloco, babbeo. Non si vede?» rispose la ragazza sgarbatamente, trascinandosi dietro un paio di grosse valigie.

«Ma cosa ti prende? Aspetta un momento, finiamo il discorso!»

«No, bello, hai chiuso. Abbiamo straparlato! Sono stata fin troppo paziente! Non ci sei mai, quando ho bisogno, e nel cuore della notte capita che tu debba “sostituire” qualcuno, ti alzi e scappi via come se ne andasse della sicurezza nazionale. Tutto è più importante di me! Il tuo lavoro è l’unica cosa a cui pensi, che sogni, che ami! Sono stufa marcia delle tue scuse. Addio, Jason. Chiamami solo se trovi qualcosa che mi appartiene. Levati dalla porta, Michael.»

«Cosa mi sono perso?» un giovane alto, dall’aria scanzonata e gli abiti sgualciti, si affacciò alla porta.

«Beh, sei arrivato appena in tempo per assistere alla fine della mia relazione con Elisabeth!» rispose Jason, appoggiato al divano con aria afflitta. Michael stette qualche secondo a osservare il suo amico: da quanto tempo si conoscevano? Tredici o quattordici anni, dai tempi della scuola. Erano nati nella stessa piccola cittadina texana, cresciuti a frittelle e storie di ufo, e queste fantasie da ragazzi avevano influenzato le loro scelte da adulti. Non si erano mai separati. Gli batté affettuoso una mano sulla spalla.

«Coraggio, vecchio mio! Si vede che non era destino.»

«Fai presto, tu. Mary è con te da quanto? Dal college? E io non riesco a festeggiare il primo anniversario. Cosa ci fai qui, oltre che prendermi in giro?»

«Vestiti, su. Dobbiamo andare nel deserto. È caduto qualcosa dal cielo, e dobbiamo effettuare un sopralluogo. Non so a che pro, visto che dopo tre anni che ci sbattiamo, è sempre e solo un meteorite… ma che cosa ti aspetti che piova da lassù?»

«Qualcuno… perché là fuori c’è qualcuno, Michael.» rispose, mentre si infilava il giubbotto di pelle nera, con espressione sicura.

«Ah, giusto! Forse speri che la tua anima gemella arrivi a bordo di un’astronave? In effetti, pensandoci bene, forse è per quello che le tue relazioni non vanno a buon fine: non devi provarci con una terrestre, ma con un’aliena!»

«Finiscila! Abbi un po’ di rispetto: il cadavere è ancora caldo.»

«Scusa, scusa.» ridacchiò «Cercavo di tirarti un po’ su…»

«Bah, sbrighiamoci. Non voglio un’altra ramanzina di Morris.» mentre la jeep si dirigeva fuori città, Jason repentinamente esclamò «Puttanate! Ma cosa sono queste esigenze di cui blatera? Non faccio niente di diverso da chiunque altro!»

«Posso dirti cosa ne pensa Mary?» chiese Michael continuando a guidare la jeep, e senza aspettare una risposta proseguì «è che a te di tutte le tue ex ragazze non te ne frega granché. È inutile che ti arrabbi, ascolta. Per quelle con cui sei stato fino adesso non avresti mai affrontato dei sacrifici, non ti curi di inventare qualcosa di carino per farti scusare di queste fughe improvvise, come faccio io per Mary.»

«Facile, tu hai studiato medicina! La tua copertura è di essere un ginecologo e a volte è perfettamente logico che tu abbia delle emergenze! Non tutti possiamo essere ginecologi. Bel consiglio, Michael.»

«Non c’è bisogno di essere pezzi grossi o medici. Basterebbe essere innamorati, e tu, vecchio mio, non lo sei mai stato.» Jason scosse la testa, manifestando il suo dissenso. «No, amico, tu credi di esserlo, ma sei solo attratto, per poi scoprire dopo qualche mese che non conosci la minima parte di quello che passa loro per il cervello. Anzi, che neanche ti interessa conoscerla.» gli lanciò un’occhiata per vedere se aveva colto nel segno «Ammettilo! Cosa sai di Elisabeth? Cosa te ne frega, di lei? È meglio che tu ti dia una regolata, è inutile che ci giri intorno. Altrimenti, quando arriverà, perché arriverà, prima o poi, non la vedrai perché ti senti impegnato con una creazione della tua stessa testa! O hai già creato qualcuna là dentro?»

«Va a quel paese!» per il resto del tragitto non si scambiarono più un monosillabo. Jason però rimuginò sul discorso di Michael, più che altro perché erano parole, forse, di Mary, e si fidava maggiormente del giudizio della ragazza. È che non doveva affrontare il discorso in quel momento. Era troppo presto, la botta dell’improvvisa rottura con Elisabeth era ancora troppo fresca, non si sentiva lucido per riflettere.

Michael sì che era fortunato… che lui ricordasse, Mary era stata la sua prima e unica ragazza. Cosa ci trovasse una così carina in un tipo scapestrato come lui. Non era certo il genere di bravo ragazzo devoto e ordinato. Però era decisamente innamorato: non era il tipo da ricordare date o ricorrenze, ma a volte saltava fuori con dei gesti indimenticabili, la sorprendeva. Lui aveva mai fatto qualcosa di sorprendente per le sue ex?

Si guardò nello specchietto retrovisore: non aveva avuto il tempo di radersi la barba, il colonnello Morris sicuramente l’avrebbe ripreso. I suoi vestiti non erano più spiegazzati di quelli di Michael, ma non erano in ordine e questo sarebbe stato un altro punto a sfavore. I suoi corti capelli castani erano pure spettinati. Oh, al diavolo! Quella notte non gli importava niente di niente.

Arrivati al Centro Operativo Sorveglianza Spaziale, poco lontano da Meadowville, Texas, vennero informati sulla natura del ritrovamento. Un meteorite grosso come una motocicletta aveva sollevato un discreto rumore, ma non era l’avvistamento in cui speravano. Jason analizzò i dati della traiettoria per stabilire la provenienza del detrito, si buttò subito nei dettagli, confermando le tesi di Mary: per lui esisteva solo lo spazio, adesso, e la possibilità di un contatto alieno. Da quando, alcuni anni prima, era stato selezionato all’accademia aeronautica per far parte di questo programma, non aveva avuto pensieri per altro che non fosse un primo contatto. Recentemente il programma parallelo SETI aveva lasciato trapelare di aver intercettato un segnale alieno, molto disturbato, ma non naturale. Una creazione di qualche intelligenza, data l’irregolarità. Questo gli era bastato per dargli una nuova spinta, e per abbandonare tutto il resto della sua vita reale.

Il colonnello Morris arrivò per farsi relazionare sull’accaduto, e la sua espressione palesemente delusa non lasciava presagire nulla di buono. Era un ometto panciuto, calvo, dalla faccia tonda e buffa, sempre pronto ad adirarsi. Era stato messo lì per non combinare danni in posti di maggiore responsabilità, ma non ne era conscio e continuava a darsi una grande importanza. Il programma del COSS era un suicidio professionale, ma era un lavoro pagato come qualsiasi altro. I più si erano adattati per questo motivo, e solo pochi sognatori, come Jason e Michael, ci credevano davvero. Ovviamente ebbe da ridire su quasi tutti i presenti, soprattutto per i due ragazzi per il loro aspetto trasandato: non sarebbero mai stati promossi, se avessero continuato così.

Non fu una grande novità per nessuno, e mentre rientravano a casa Michael chiese a Jason se volesse andare a cena da loro, visto che non poteva avere grossi impegni ora che era nuovamente single.

«Mary ha detto che deve sperimentare una nuova ricetta che le ha dato una collega.»

«Sì. E non per la cena, ma per la compagnia. Sai, ho pensato a quello che mi hai detto.»

«Ma no? Meno male, visto che mi sono sgolato per mezz’ora!»

«Idiota! Ho bisogno di compagnia, e di rivedere le mie priorità. Stare con una coppia affiatata potrebbe darmi la giusta ispirazione. Se non altro, non mi attaccherò al collo di qualche bottiglia!»

Mary accolse Jason con un sorriso carico di simpatia. Sembrava una bambolina: una grande bocca dalle labbra gonfie, un nasino piccolo all’insu, occhi azzurri e boccoli biondi, magrolina e non molto alta. Formava una strana coppia con Michael: un gigante dai capelli castani, lunghi fino alle spalle per inacidire la gastrite del colonnello Morris, grandi occhi scuri, naso lungo e bocca carnosa. Jason pensava continuamente che sarebbe potuto nascere solo un canotto da quei due.

La cena si svolse in allegria, era un trio affiatato: dopo la laurea Jason aveva preso l’abitudine di cenare spesso con i due eterni fidanzati. Non aveva mai avuto una relazione che durasse più di qualche mese, e tendeva a frequentarli anche con le sue partner di turno. Mary non nascose che Elisabeth, nonostante il suo aspetto, non le piaceva, e che Jason doveva aspettare e scegliere meglio, non prendere su quello che veniva.

«Ascoltami, ti parlo da donna.» mandò giù un boccone «Tu, Michael, non travisare. Sei un bel ragazzo! Hai un gran fisico, o mi sbaglio, uh? Lascia che l’universo se ne occupi per te. Adesso non la vuoi una fidanzata, un fardello da portare in giro fra un loop e l’altro. Quello che ti preme di più è il tuo lavoro? Ottimo, lavora! Dedicati ai tuoi giri della morte e agli aerei di linea. Nel momento esatto in cui non ti sembrerà più così importante, incontrerai una ragazza che te lo farà dimenticare del tutto e cambierai mestiere. Oppure, quando incontrerai la ragazza giusta il tuo lavoro passerà in secondo piano! Fidati, so quello che dico. Ho tante amiche che mi hanno raccontato storie come questa. Fidati.» gli sciorinò con aria sicura. Jason ringraziò dei consigli, e assicurò l’amica che li avrebbe tenuti in considerazione: forse era l’unica ragazza che ancora gli rivolgeva il saluto. Una volta che fu uscito, Mary continuò con Michael mentre lavavano i piatti «Proprio non riesco a capire cos’abbia Jason di storto. È bello, gentile, spiritoso, si ricorda perfino gli appuntamenti e le ricorrenze.»

«Cos’è? Una frecciatina? No, è che non ha la copertura adatta.» allo sguardo inquisitore di Mary, frettolosamente aggiunse «Cioè, non si dà le adeguate priorità. Vuole tutto insieme e fa un gran casino!»

«Esatto! Spero che segua il mio consiglio. È meglio per lui che se ne stia per i fatti suoi, almeno per un po’.»

«È che pensa sempre allo spazio! Sempre perso dietro questi sogni…»

«Scusa? Cosa c’entra lo spazio?» lo guardò stupita Mary.

«Sì, vedi, ehm, non gli basta più fare il pilota acrobatico, vuole diventare astronauta.» si affrettò ad aggiungere.

«Beh, sì, questo glielo vedo, è sempre stato abbastanza ambizioso.» convenne la ragazza, annuendo vigorosamente.

«E per fare questo si dedica anima e corpo al suo progetto. Non ho mai visto nessuno così appassionato. Se mettesse altrettanta foga nelle sue relazioni, le sue compagne accetterebbero anche di stare in un harem, purché con lui!» e di questo Michael era fermamente convinto. Quando voleva, Jason era irresistibile.

«Per fortuna tu sei solo un dottore!» lo abbracciò, dopo esserci tolta il grembiule «Allora, quanti bambini sono nati ieri notte?»

Jason camminò da casa di Michael al suo piccolo appartamento. Lo stipendio del COSS gli avrebbe permesso anche qualche lusso in più, ma siccome non poteva goderseli, tanto valeva risparmiare e mettere da parte per… chissà? Per la chiusura del Centro, forse. La ricerca andava avanti da parecchi anni, e ancora non si era avuta notizia di nessun contatto. Solo quello strano segnale, così irregolare. Doveva assolutamente analizzarlo, forse lui sarebbe riuscito a cavarne qualcosa… eccolo, il solito sognatore: il genio che avrebbe sconvolto il mondo decifrando il mistero! Interiormente si derise. Si fermò lontano dai lampioni, nel parco, col naso in su. Ripensò al vecchio adagio “se soltanto una stella su un milione avesse dei pianeti attorno, e soltanto uno su un milione di questi…”. Qualcuno doveva esserci là fuori, e forse si stava ponendo la sua stessa domanda. Erano belle, le stelle, le adorava. Michael poteva non avere tutti i torti: lui era innamorato degli alieni. Non si sarebbe mai sistemato con una ragazza, qualsiasi ragazza. Lui voleva un contatto, anzi, realizzare il primo contatto. Anche se avesse dovuto aspettare ottanta anni. Però forse non gli rimanevano altri ottant’anni da vivere… Le stelle, le altre galassie, il vuoto cosmico. Cosa aspettavano a farsi vivi?

La notte era stata piena di incubi: omini verdi di tutte le forme e dimensioni avevano schernito Jason a proposito delle sue aspirazioni. La barba di tre giorni, Jason decise di uscire a fare colazione e poi si sarebbe recato all’aeroporto per l’esercitazione di volo acrobatico. Era un ottimo pilota: quando si impegnava in qualcosa, in genere gli riusciva bene. Passò al Pendolo, il ristorante più vicino a casa sua. Più che un ristorante, una tavola calda. Era un affezionato cliente, e la proprietaria, Diane, lo trattava sempre con un occhio di riguardo. Secondo lei era un lustro annoverare un pilota aeronautico fra la propria clientela.

«Ciao, bellezza! Dove sei stato tutto questo tempo? È quasi una settimana che non ti si vede!»

«Ciao, Diane. Tutto bene? Cosa mi consigli oggi per colazione?»

«Carino, con questa barbetta.» lo prese per il mento «Ti dà un’aria vissuta. Le ciambelle sono freschissime. Ho anche le arance. Porti via come al solito? Dì, ma perché non ti fermi qui, ogni tanto? Vivere sempre così di corsa non ti fa bene, sai?»

«Grazie, Diane. Ciao, Frank!» spesso capitava che non passasse dal locale per intere settimane, per via dei suoi spostamenti continui, che si potevano spiegare benissimo col suo lavoro di pilota, che comprendeva anche collaudi in varie zone dello Stato e movimentazione di truppe. In questo modo non doveva dare troppe spiegazioni: bastavano le parole “segreto militare” e tutti si rimettevano in riga. Ormai aveva girato tutto il nord america a caricare asteroidi…

«Ciao, Harvey. È tutto pronto per il decollo?» Jason entrò alla base aeronautica depositando la sua sacca sulla prima scrivania vuota che incontrò.

«Jim deve ancora farsi vivo. Speriamo che non stia come il giorno dopo l’addio al celibato di Samuel, sabato scorso. A proposito, perché non sei venuto?»

«Un impegno improvviso. Di famiglia.» “Già. Purtroppo era solo uno stupido meteorite, ma uno di questi giorni”, rimuginò Jason cercando di non far trasparire l’irritazione. «È stato divertente?»

«Una favola! Senti, c’era questa tipa con un vestito trasparente: appiccicati sopra c’erano tanti bigliettini, in punti strategici, ci sei? Ognuno era una penitenza diversa, e se volevi spogliarla tutta dovevi…»

«Sono qui! Si va?» era tipico di Jim, il secondo pilota di Jason, interrompere sempre tutto sul più bello.

«Il motivo di questo ritardo?»

«Il traffico, tenente. Jason, sono solo due minuti!»

«Va be’, va! Muoviamoci, ora.» entrarono nel caccia. Jason udì la voce di Jim nelle cuffie del casco.

«Hey, ho saputo che hai rotto con Elisabeth. Ci stai male?»

«Sto cercando di stabilire un nuovo record.» replicò un po’ infastidito «Altro da dichiarare?»

«Posso provarci io?»

Jason lo avrebbe guardato torvo, se fossero stati uno di fronte all’altro. “Ma guarda che stronzo!”, esclamò fra sé e sé.

«Affermativo. Accensione. Abbiamo il via libera? Decollo!»

«Sei stato un po’ temerario, con quelle manovre. Problemi?» Harvey era poco più vecchio di Jason, ma si sentiva un po’ il padre confessore di tutta la squadriglia. Poteva essere dovuto al fatto che era il controllore di volo.

«Niente di nuovo: sono nuovamente single, Harvey.»

«Ancora? Senti, amico, forse è meglio che tu ti occupi di altro, o che aggiusti il tiro. Se vuoi noi ragazzi andiamo a fare quattro salti, sabato sera. Niente di impegnativo, è un locale un po’ sperduto, fanno musica country, una birra, qualche ragazza in minigonna. Ti va?»

«Perché no?» gli rivolse un mezzo sorriso.

«Ti passo a prendere io.»

La serata fu piacevole, divertente quasi. Jason si sbronzò appena, quel tanto che bastava per poter essere allegro. Flirtò con un paio di ragazze, solo per tenersi in allenamento. Una birra in più e cominciò a confidarsi col suo collega.

«Invidio tutti, tutte le coppie. Guarda quei due, avranno novant’anni per gamba e si tengono per mano!» Harvey vide una coppia di mezz’età, e diede fondo alla sua bottiglia. Ecco, adesso sembravano un po’ più vecchi. «E il mio amico Michael e Mary? È dalle elementari che si scambiano promesse d’amore eterno! E Diane e Frank? Fra una frittella e una salsiccia sono sempre dietro a tubare come colombi! E Samuel si è sposato… e io mi sto chiedendo se la mia anima gemella è già nata, se si trova già quaggiù con noi comuni mortali, oppure vaga ancora in un limbo sconosciuto.»

«Tu diventi troppo filosofo dopo quattro birre. Vediamo come sei messo dopo cinque.» Harvey era alticcio già da un po’, avendo bevuto un paio di bottiglie in più: dopo la quinta birra Jason diventò sfrontato, il che unito al suo morale basso si tramutò in voglia di menare le mani, cosa per cui Harvey era sempre pronto. Fece la manomorta a una ragazza accompagnata, e al tipo non andò giù. Ci scappò la rissa, e mentre Harvey provava malamente a difendersi, scansando i colpi più per il suo ondeggiare che non per i riflessi, lui se le fece suonare di santa ragione, non riuscendo neppure a sollevare le braccia. Il giorno dopo era nell’infermeria del carcere, ma gli doleva troppo la testa per potersi preoccupare di quello che avrebbe detto Morris. L’ulcera del suo superiore non era un problema che lo riguardasse.

Però, quando il colonnello lo minacciò di sbatterlo fuori dal progetto UFO, si riscosse. Gli ci voleva. A questo punto, tutto era dimenticato: Elisabeth, la solitudine, l’invidia. Gli ci voleva questa lavata di capo per farsi riassorbire dal suo progetto, e per tutta la settimana non fece che lavorare e studiare i rilevamenti di telescopi radio e infrarossi.

«Indirizziamo le ricerche qui, in questo settore.» disse all’operatore coperto da un asettico camice bianco «Possiamo inviare un segnale anche noi? Avete analizzato quello che abbiamo ricevuto?»

«Sì, tenente Bear, ma non ne abbiamo ricavato granché. Sembra una… sì, una sinfonia! Ascolti.» Jason si avvicinò all’altoparlante e chiuse gli occhi per concentrarsi meglio. Sembravano frasi musicali, a volte a toni acuti, a volte gravi «Inviare qualcosa non sembra che possa aprire grandi prospettive. Vede, il segnale che abbiamo ricevuto è partito più di cinquanta anni fa, quindi approssimativamente è partito sì dalla zona che ha indicato, ma da un sistema che si trova a cinquanta anni luce da noi, e non credo che sia stato incanalato nella nostra direzione.»

«In che senso?»

«Perché è debole, disturbato. E soprattutto non continuativo. L’abbiamo registrato, quasi tutto, e quando è finito, è rimasto un caso isolato. Non l’hanno ripetuto. Se vuoi cercare un’intelligenza fuori dal tuo sistema solare, devi ripetere il messaggio sempre, giorno e notte. Appena finisci ricominci daccapo, altrimenti può passare inosservato. Noi abbiamo avuto una bella fortuna a trovarci in linea per captarlo! Se fosse arrivato in un altro mese, forse avrebbe subito interferenze da qualche cometa di passaggio, o da Giove, perché, vede dalla mappa, si trovava opposto a noi. In ogni modo, abbiamo inviato la nostra risposta. Forse i nostri pronipoti intercetteranno un nuovo segnale…»

«Già… ma cosa può significare? Non è un’emissione naturale, vero?»

«Indubbiamente. È troppo irregolare, non ha uno schema, abbiamo applicato un mucchio di algoritmi, ma non troviamo una periodicità. E se fosse stato naturale, si ripeterebbe, magari a distanza di anni, ma ce ne saremmo resi conto. Non è l’esplosione di una nova, non è un buco nero, una quasar perché è troppo vicino, non è lo schianto di una cometa… Assomiglia più a un concerto intergalattico! Ha una sua bellezza, armonia, non le pare?»

«Sì, è certamente piacevole da ascoltare. Me lo mette su CD? Forse sentendolo in continuazione, ne caverò qualcosa…»

«Hey, Jason! Ti accompagno a casa? Abbiamo bisogno di riposare dopo questi cinque giorni!»

«Ciao, Michael. Cosa ha detto Mary?» salirono sulla sgangherata jeep di Michael.

«Mi ha fatto i complimenti per questo ciclo di conferenze a cui sono stato invitato… o mi ama alla follia o ha un amante e le fa comodo che stia via così spesso!»

«Metti su questo CD, per favore.» le note si diffusero, spezzate dal rumore del motore.

«Bello, cos’è? Opera?»

«Come dici?»

«È opera lirica straniera? Italiana, forse? Scommetto che a Mary piacerebbe.»

«Mike! Sei un genio! Hai ragione: sono voci! Non è un messaggio per noi, è… una conversazione! Sono voci! Forse è stato un grande spettacolo trasmesso ad altissima potenza e sfuggito in tutte le direzioni… festeggiamenti per qualche avvenimento importante…»

«Stai farneticando! Cos’è questa roba, si può sapere?»

«È la registrazione del messaggio alieno captato cinque anni fa. Riportami indietro, dobbiamo avvertirli della tua grande scoperta! Dai, sbrigati!»

Il colonnello Morris era molto scettico nell’accettare questa nuova teoria.

«Tutto questo è molto riduttivo, ragazzi. Gli alieni, umanoidi o meno, sono più avanzati di noi, e allora perché non utilizzerebbero la telepatia? Ed essersi lasciati sfuggire una trasmissione di qualunque tipo, soprattutto se importante, implica che non applicano sufficienti sistemi di sicurezza. E voi dite che si tratta di un messaggio alieno?»

«Potrebbero essere talmente potenti che non temono che qualcuno li trovi.» suggerì Michael.

«Non le avevo detto di tagliarsi i capelli, Tenente Guarin?»

«Già due volte, Signore.» rispose tranquillamente Michael. Morris prese fiato e aprì la bocca come per pontificare solennemente, ma la chiuse subito.

«La trasmissione può anche essere stata volutamente diffusa: forse era un annuncio di pubblico interesse.» si affrettò ad intervenire Jason.

«Lei ha davvero una gran voglia di incontrarli, le pare? Via, via, tutte queste ipotesi non hanno alcun senso! Non presentatevi più con queste assurdità! Lasciate questo lavoro agli esperti e occupatevi solo dei vostri compiti! Finché non sarà stato decifrato il messaggio, voglio che analizziate ogni più piccola frequenza, ogni fruscio di fondo. Intesi? Voci aliene, non diciamo baggianate. Ci sono fior di esperti al lavoro, e voi siete stanchi. Lo sanno tutti che, essendo più avanzati di noi, comunicano telepaticamente!» Jason pensò che il colonnello fosse ottuso oltre ogni umana comprensione. Viveva di stereotipi, e diceva una scemenza dietro l’altra. Non c’era da stupirsi se l’avessero relegato lì. Era un miracolo che il COSS fosse ancora in piedi.

Lungo la strada di casa, Jason era silenzioso. Lui e Michael ascoltavano ancora il compact disk, continuamente. A Jason sembrava sempre più probabile che fossero voci, discorsi e non canzoni. Magari erano state talmente distorte lungo quei cinquanta anni luce, che adesso parevano musica. Doveva avere un significato, una logicità. Gli stava venendo un mal di testa tremendo…

«Senti, Jason, posso darlo a Mary? Sono sicuro che le piacerebbe.»

«Certo, dubito che possa pensare che sia un complesso interplanetario… dille che è roba indonesiana di uno dei professori presenti alle conferenze.»

«Ah, giusto, grazie.»


[1] Il glasio è un frutto tipico della fascia temperata del pianeta Vitar, del tutto simile alla pesca all’esterno, anche se il gusto ricorda più un incrocio fra il mango e il mandarino.

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